AZZORRE - IL VULCANO SOTTO AI PIEDI
Non ci dovevo andare alle Azzorre, non era un viaggio pianificato.
È stata una di quelle idee dell’ultimo tuffo, di ritorno da New York prima di arrivare di nuovo a casa.
Una sosta per spezzare il viaggio di ritorno, fondamentalmente.
E benedetta fu quella sosta.
Quando atterri alle Azzorre, senti già tutto vibrare.
Ma è più una sensazione interiore, sentirsi parte di un mondo “oltre”.
Poi, col passare dei giorni, questo incessante vibrare lo percepisci con tutti i tuoi sensi, proveniente dal centro della terra. Ma all’inizio è più uno stato mentale.
Atterriamo a São Miguel, l’isola principale.
Il nostro albergo si trova a Ponta Delgada, per la precisione.
La prima cosa che notiamo è una luce soffusa, bella, una di quelle luci che si trovano solamente in paesaggi estremi di questo tipo: isole subtropicali, nel mezzo dell’oceano Atlantico, con un particolarissimo clima umido e stabile… oh, qualcuno avrà pur sentito parlare una volta nella vita dell’Anticiclone delle Azzorre, no?
Ecco, noi eravamo precisi nel mezzo.
Auto a noleggio, traghetto e via, verso la meraviglia conosciuta in tutto il mondo dell’isola di Vila Franca do Campo, senza nemmeno un’ora di sosta dopo il volo da New York.
Purtroppo devo dirlo, sono fatto così quando sono in vacanza: la voglia di vedere cose nuove, la paura di non avere mai il tempo per fare tutto, sono più forti di me.
Santa la mia famiglia a sopportarmi!
Ma in fin dei conti, ogni lasciata è persa, no?
I colori in foto purtroppo non rendono la magia di questa isola di origine vulcanica.
Vabbè, qui alle Azzorre, in fin dei conti, tutto è vulcanico, dalla terra sotto ai piedi all’aria che si respira.
E soprattutto, lo sono i vini che producono.
Stanchi morti dopo una giornata strapiena, fra aereo, macchina e barchetta, non posso certo concluderla senza un veloce assaggio di quel che penso possa essere uno dei tanti vini isolani che ho bevuto in vita mia: molto buoni, sapidi, dritti, ma in fondo tutti somiglianti.
Ed invece.
Ed invece, nonostante i sensi mi stessero per abbandonare, al primo sorso di QUEL vino, vengo folgorato sulla via per Damasco… cioè volevo dire per Pico!
Quello splendido vino assaggiato a volo in una tavernetta del centro di Ponta Delgada diverrà per me da quel momento in poi un chiodo fisso da ritrovare in tutti i modi.
DO Pico, Eruptio il nome del vino, Terrantez do Pico la varietà.
Passerò le successive ore, senza prendere sonno, a cercare informazioni sul vitigno sulla denominazione, sulle sue caratteristiche.
Fortunatamente giungerà in mio soccorso la buona Jancis Robinson, sul suo enciclopedico sito.
DO Pico: vigne piantate direttamente sul basalto lavico della meravigliosa isola vulcanica di Pico (purtroppo non raggiungibile facilmente da São Miguel, altrimenti ero già lì…), viticoltura estrema, più che eroica, quantità di bottiglie prodotte infinitesimale, esportazioni praticamente inesistenti, se ne trovate una seguite il mio consiglio: prendetela.
Anzi, prendetene almeno 2, una da bere subito, una da aspettare, perché sospetto (anzi, ne ho certezza) che con gli anni possa diventare una meraviglia unica.
Ho divagato sul vino scusatemi, ma dovevo rendere un minimo l’idea della folgorazione subita.
Comunque, l’indomani finalmente ci prendiamo un po’ di tempo per noi, per visitare la graziosa città, dove percepisci di nuovo nettamente dove poggiano i tuoi piedi: ti guardi intorno e tutto è basalto, dalla pavimentazione, ai monumenti, alle chiese, i palazzi, pure l’acqua pare di basalto.
Il tempo stesso qui sembra rallentato, come vetrificato nel magma che questa isola ha sprigionato per secoli.
Partiamo per le nostre escursioni.
In un certo senso questo luogo assomiglia a Jurassic Park: vegetazione enorme e verdissima, felci grosse come case, ortensie ovunque, cascate, immensi laghi dai colori che rapiscono, scogliere vertiginose, mare profondamente blu.
Solo una cosa scopriamo che manca in questa isola: la fauna! Non esiste fauna selvatica, niente, nada, zero totale. Come se dopo i dinosauri non fosse rimasto più niente.
Spielberg ne sarebbe fiero.
Fra le cose più particolari che abbiamo incontrato alle Azzorre, c’è sicuramente la piantagione di Tè Verde. Credo sia la piantagione di Tè più occidentale (oppure orientale, dipende da dove guardi! Dopotutto il mondo è tondo!). Di sicuro, l’unica europea e ne vanno giustamente fieri.
Anche qui, sembra di essere in un mondo altro.
Ma durante i nostri giorni spesi fra meravigliosi sentieri, vie del Tè, strapiombi, strade folli e bellissima solitudine (in proposito voglio ricordare a me stesso la meravigliosa e totalmente assurda città di Nordeste!), non ho mai accantonato la mia folgorazione, ho sempre ricercato le “mie” bottiglie di Pico, ma solo a Ponta Delgada pareva si potesse bere vino!
Con questo pensiero fisso in testa, ho iniziato a cercare invece le fonti d’acqua!
Perché qui, a São Miguel, esistono fonti magiche! Fontanelli che sgorgano a parete con acqua fino a 96°, oppure quelle curative, quelle che sanno di schifo, quelle acidissime… ci siamo fatti una cultura di acque imbevibili, pur di cancellare dalla mia testa l’ossessione.
Nel frattempo, il vulcano sotto ai piedi non cessava di vivere con la sua forza costante.
Una delle esperienze più belle, è stata sicuramente mangiare il loro piatto tipico a Furnas (già il nome è tutto un programma): il Cozido das Furnas, uno stufato cotto per circa 5-6 ore molto lentamente in buche interrate che sfruttano il calore geotermico delle caldere.
Una cosa sicuramente da fare! Peccato averci bevuto una birretta, ma i vini di Pico non erano adatti e di bere vini che non avevano senso qui-ed-ora non mi andava.
I vini di Pico. Non esiste solo il Terrantes ovviamente, esistono anche altre due varietà (bianche) tipiche prodotte nella DO Pico: Arinto e Verdelho.
Siccome mi reputo un nerd di queste cose, le sere a venire post folgorazione, ho voluto assaggiare tutto il resto, durante le nostre cene a Ponta Delgada. Buoni vini, devo dire.
Ma il Terrantes…
Un ultimo desiderio quindi, prima di partire: tornare al localino della prima sera, dove avevo visto che vendevano anche le bottiglie da asporto (il mio cervello aveva registrato inconsciamente questa fondamentale informazione!) per portarmi a casa, in valigia, il mio Eruptio come trofeo!
L’aria fuori era elettrica, evidentemente l’anticiclone aveva deciso di girare. Mia moglie e mio figlio più grande, stanchi dall’ennesimo tour de force, decidono di rimanere in albergo e godersi la rilassante piscina.
Io non potevo.
Convinco mio figlio piccolo, Alessandro, ad accompagnarmi dall’altra parte della città, 10 minuti a piedi al massimo, per recuperare la bottiglia.
Ma come arriviamo lì, paghiamo il conto, inizia a diluviare in modo insensato. E noi, ovviamente, eravamo senza ombrello.
Come recitava una famosa pubblicità di quando ero piccolo: “l’antico vaso andava portato in salvo”
Con grande forza d’animo torniamo verso l’albergo, riparandoci via via dove potevamo.
Era una bella avventura padre-figlio dopotutto.
Alessandro fradicio ed un po’ perplesso, io fradicio ma felice col mio gingillo in mano.
Ultima corsa verso l’albergo, dobbiamo solo attraversare la strada, dico ad Ale di correre per arrivare al calduccio, lo tengo per mano, l’altra mano.
Ma non faccio i conti fino in fondo col vulcano: l’asfalto, di basalto anche lui, con la pioggia era diventato una pista di pattinaggio sul ghiaccio! Figuratevi sulle strisce pedonali!
Alessandro vola per aria, in una frazione di secondo devo decidere se afferrare mio figlio o mettere in salvo la bottiglia!
Impronosticabilmente, il mio istinto paterno vince: lancio la bottiglia che va a frantumarsi sul marciapiedi di fronte a noi e mi butto sotto di Ale.
Ho ancora nella testa il flash di quella scena.
Povero Terrantes! Il vulcano ti ha preteso a sé.