LOIRA, tra fiumi, castelli e luce

Se la Borgogna è ordine e Languedoc-Roussillon caos, la Loira è luce.

Quando entri in Loira te ne accorgi, perché tutto è vasto, tutto luminoso, anche nelle giornate piovose.

Non solo il paesaggio, dove la viticoltura non rappresenta una monocoltura estensiva come altrove, ma boschi, prati e paesini più o meno sperduti punteggiano il panorama; perfino il fiume stesso, con la sua vastità, riflette e rifrange luce ovunque, lungo i suoi oltre 1000 km di estensione.

 

La porta per la Loira vitivinicola, che è quella che più mi interessa, è rappresentata da Sancerre ed i suoi villaggi limitrofi. Ci arriviamo dopo un lungo viaggio in camper, ci rendiamo subito conto di quanto siano vaste, qui, le distanze. E faticosi gli spostamenti.

 

Chiaramente, non potevamo capitare a Chavignol (uno degli epicentri della denominazione, forse il più importante) se non durante l’unico giorno all’anno in cui succede qualcosa da queste parti: la Chavidamnée, una corsa podistica ad ostacoli di circa 9km che poi finisce serenamente in piazza a bere vini locali! Ovviamente, non si vince assolutamente niente, se non la gloria di partecipare a un giorno di festa, infangandosi dalla testa ai piedi.

La corsa richiama Les Monts Damnée, una collina cru di riferimento per i vini di Sancerre e che nel nome reca le maledizioni di chi in quelle vigne dovrà lavorare tutto l’anno, date le pendenze!

Comunque, qui a Chavignol troviamo ristoro e veniamo abbondantemente dissetati assaggiando locali Sancerre e (poco meno) locali Pouilly Fumè, anche se in fondo in fondo scopriamo che perle nascoste delle denominazioni satelliti di Sancerre e Pouilly Fumè sono altre, ben meno care ma assolutamente appaganti. Ne cito una, che non è la “solita” Menetou-Salon, come ci insegnano ai corsi, bensì la ben più ignorata Quincy: “non potete andarvene di qui senza una bottiglia di buon Quincy!”

Faceva anche rima e quindi ci siamo fatti convincere agevolmente.

Non parlerò delle differenze di suoli, fra Terres Blanches, Cailottes e Silex, un po’ perché dopo averne bevuti quindicimila fai fatica ad inquadrare, poi ai francesi questa cosa delle micro-parcellizzazioni e delle micro differenze fa impazzire e così ti propongono in assaggio un enorme campionario di  variabili della stessa denominazione fatta nello stesso anno con lo stesso vitigno e vinificazione assolutamente identica. Ma con risultati assolutamente diversi, ognuna con le sue sfumature identitarie!

Un po’ anche perché non sono un grande fan delle seghe mentali. Però vi posso assicurare che se c’è un luogo dove queste hanno senso applicate al vino, è in questa zona di mondo, in Francia.


Ma sia come sia, pieni di Sauvignon Blanc nelle sue infinite variabili, riprendiamo il nostro viaggio.

Direzione: zona castelli! Dopotutto, in qualche modo dovevo pur mascherare la vera natura del mio viaggio (cioè l‘alcolismo!) agli occhi dei miei figli, per convincerli ad imbarcarsi in questa avventura di 3.000 km fra anda e rianda, no?

Quindi, cosa c’era di meglio se non lo specchietto per le allodole dei bellissimi castelli lungo il percorso?

Peraltro tutti ‘sti castelli sono, guardacaso, fra Amboise e Saumur, che disdetta! Proprio l’epicentro dei grandi Cabernet Franc e Chenin Blanc della Loira!

Però in effetti devo dire che i castelli hanno il loro incredibile fascino.

Scherzavo dicendo che la loro visita era una scusa, in realtà questi posti hanno sempre esercitato un notevole magnetismo su di me.

Eppure, col senno di poi, devo dire che i meno chiacchierati villaggi trogloditici hanno rappresentato visite splendide. Specialmente uno, che non era un villaggio trogloditico in realtà, ma aveva un nome ingannevole: Troglo Degusto!

Eravamo giunti in questo villaggio molto carino, lungo lo Cher (uno dei tanti mega fiumi affluenti della Loira), di strada per andare ad Amboise, con l’intenzione di visitare un sito molto interessante che recitava: La Magnanerie, site troglodytique.

Già il nome mi ispirava un sacco!

Comunque, purtroppo arriviamo appena 15 minuti dopo chiusura, ma ormai cavolo, eravamo lì e volevo vedere qualcosa di trogloditico! Allora guardiamo veloce su Google e mi indica ‘sta roba di Troglo Degusto, con immagini anche affascinanti e interessanti. Siccome non volevamo rischiare che chiudesse pure questo, ci fiondiamo col camper.

Appena arrivati, nemmeno il tempo di aprire lo sportello e scendere, una guida ci rincorre e ci fa “siete qui anche voi per la visita?” Noi non sapevamo assolutamente nulla del luogo, ma senza neppure un secondo di tempo per rispondere, ci aggregano a un altro gruppo e partiamo verso il boh cosmico.

Scopriamo in itinere che Troglo Degusto non era un sito trogloditico (ed in effetti il nome mi poteva pure far sorgere un dubbio…), ma una specie di azienda vinicola che produce vini e organizza visite nelle sue cantine, realizzate dentro antichissimi scavi nel tuffeau per chilometri e chilometri sotto terra! Una cosa meravigliosa.

Insomma, senza capire né come né perché, ci troviamo a seguire questa invasata che ci porta in giro per chilometri di gallerie sotterranee scavate secoli prima, ci racconta di quando usavano le rocce per costruire castelli, della crisi delle cave per colpa dell’industria del laterizio, della nuova industria reinventata della coltivazione di funghi sempre nelle cave, dei registri scritti sul muro di ogni raccolta di funghi dal dopoguerra in poi…

Ad un certo punto, ci spegne perfino la luce e ci lascia nel buio più totale e profondo, una esperienza assoluta!

Finalmente arriva anche il momento della degustazione, vini dimenticabili e un freddo becco laggiù, ma almeno iniziamo a re intravedere la luce!

Una delle degustazioni più affascinanti della mia vita, chi lo avrebbe mai detto? Mitico Troglo Degusto!

Beh, finita questa parentesi, arriviamo finalmente ad Amboise, paese meraviglioso, luogo di sepoltura di Leonardo da Vinci.

Quello che si nota qui, ma ovunque in realtà, dalla città più grande fino al più insignificante paesino di campagna, è che c’è un ordine incredibile delle cose. Non c’è un filo d’erba fuori posto, non c’è una siepe sformata, un marciapiede rotto.

Sembra quasi che la gente, di notte (perché boh, in giro nei paesi e villaggi della Francia meno urbanizzata – è una cosa che avevo già notato anche durante gli altri nostri viaggi – non si vede mai anima viva) si raduni per tenere tutto a posto, in ordine, prati tagliati, tutto perfettamente pulito.

L’indomani sarebbe iniziata la nostra parte di viaggio più propriamente centro-Loira, quindi castelli, ma anche degustazioni di passaggio, aperitivi, visite ad enoteche comunali più o meno interessanti, cene e bevute a base di ottimi Cabernet Franc, Chenin, ma anche Grolleau, Pineau d’Aunis e altre perle rare.

Il castello di Amboise mantiene quella parte di mistero, secondo me, anche evocata dalla presenza della cappella dove riposa per sempre il nostro Leonardo. Ma è tutto così, fermo senza tempo, in questa luce amplificata dalla roccia chiara.

Si susseguiranno altre giornate, altre visite. Chenonceau ed il suo castello/ponte lungo lo Cher è però quello che mi rimarrà nel cuore, con la sua storia affascinante di conflitti d’amore fra Caterina de’ Medici e Diana di Poitiers. Figuriamoci se non ci doveva essere, pure qui, una diatriba fra Italia e Francia!!

Quanto alle città, dopo Amboise è stata la volta delle bellissime Tours e Saumur.

Città fotocopia, splendide, con un castello a dominare, un isolotto abitato a centro fiume e le case su ambo i lati della Loira.

Ma ciò che mi rimarrà più impressa è la campagna ed i suoi spazi, le nostre passeggiate in camper verso Bourgueil, le vigne su suolo sabbioso, le bevute a Vouvray da Philippe Foreau di Clos Naudin tutto fiero delle sue cantine scavate nel tuffeau e dei suoi pazzeschi vini demi sec e molleaux dove lo Chenin Blanc trova apoteosi di ogni sua tensione, l’accoglienza di di Agathe di Domaine des Roches Nueves, a cui abbiamo anche lasciato una umilissima bottiglia del nostro vino, un pomeriggio che mi rimarrà nel cuore.

Una parentesi a questo punto però vorrei aprirla: cosa è lo Chenin Blanc di Vouvray?

C’è una cosa che mi ha colpito di lui: è un vino che vive di tempo, di luce, di riflessione.

Non è da primo impatto, non da “wow” al primo sorso. No, lo Chenin di Vouvray no.

Vouvray è un bugiardo, non nel senso cattivo del termine, eh! Ma non te la racconta subito. Lo versi nel bicchiere e pensi di averlo capito e mentre sei fiero dei tuoi ragionamenti, lui è già cambiato e continuerà a farlo. Per anni. È un vino che ribalta il tempo perché è un vino fatto di tempo.

Di tempo, di tufo e di fium

L’ho anche sognata questa cosa qui, ero ad una degustazione alla cieca con tanti produttori di lì che degustavano annate correnti di Chenin Blanc (non di Vouvray, generici!): non dovevamo indovinare il produttore, mentre le annate ed il vitigno erano dati, dovevamo semplicemente indovinare da quale fiume provenisse!

Se fosse un 100% Loira, se ci fossero parti di Cher, di Layon, Indre, perfino di Vienne! Alla fine scoprivamo i vini e si capiva quali fossero presenti e quante parte di loro giocasse nel blend di fiume! Pensate voi a che punto possono arrivare le seghe mentali di un umile bevitore in vacanza!

Ma una quota di verità in tutto ciò, sono sicuro, ci deve essere: i sogni non mentono mai.

Magari, in un Universo Parallelo, la gente di Loira imbottiglia direttamente lo Cher, il Layon, la Vienne…



Il fatto è che quando parti per la Loira, credi in qualche modo di essere partito per trovare i castelli, poi ti accorgi che i protagonisti di tutto sono i corsi d’acqua: decidono dove cresce la vite, quanta nebbia ci sarà la mattina, decidono loro come dovrà essere uno Chenin Blanc, se secco, demi-sec o magari molleaux. Non decide mai l’uomo.


Finita questa parentesi, finita anche la vacanza purtroppo, ciò che forse non scorderò più sarà l’esperienza da Vincenzino il Cuciniere di Campagna, così si fa chiamare lui, ma in francese.

Fissiamo per cena mesi prima, hype altissimo.

Quando arriviamo, il posto si apre ai nostri occhi assurdamente bello, immerso in una vera campagna, fra animali, vigne, piante e paesaggio mozzafiato.

Una volta in sala però, l’atmosfera si trasforma, pare di essere catapultati in un film dell’orrore, o forse, rende meglio l’idea, nel film Fantozzi contro tutti, nell’epica scena in cui il Professor Birkermaier lo costringe ad una dieta forzata al cospetto delle famose polpette di Bavaria!

L’ambiente recava il medesimo tipo di tensione, perfino l’abbigliamento di Vincenzino era identico! Mangiavamo nel silenzio più totale e guai a chiedere qualcosa! Mio figlio si è provato a chiedere una Coca cola: è stato fulminato sul posto.

Cibo meraviglioso, vino super, esperienza catartica.

Niente da fare, la Francia vitivinicola riesce sempre a lasciarmi spiazzato ogni volta.

È un magnete che a volte attrae, altre respinge.


Ma non ti può mai lasciare indifferente.

Puoi trovarne un estratto anche su www.retrogusti.com

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DI WHISKY, FATE E IMMENSITÀ