DI WHISKY, FATE E IMMENSITÀ
Quando sono partito per il mio breve viaggio verso le Highlands scozzesi portavo con me due grandi obbiettivi: esplorare l’ignoto mondo del whisky (guai a chiamarlo whiskey, da queste parti!) ed i suoi intriganti abbinamenti col cibo ed incontrare le fate che nella cultura popolare locale sono così discrete ed al tempo stesso così presenti.
Oggi, a posteriori, immagino che ci sia un motivo se in questa terra selvaggia, dalla luce così soffusa e dal tempo così lentamente dilatato, l’uno e le altre, whisky e fate, vivano in simbiosi nelle abitudini e nella testa dei suoi abitanti.
Per quanto mi riguarda, ero probabilmente più scettico nell’affrontare un abbinamento a cena di 9 portate con 9 differenti tipi di whisky, piuttosto che nell’incontrare la genealogia al gran completo di Ghillie Dhu, il solitario maschio di fata dai capelli neri che vaga selvaggio e reticente fra le foreste e gli altipiani scozzesi.
Confidavo che magari, esausto da una giornata di assaggi, seduto su una panchina di legno in riva allo Spey, avrei potuto perlomeno intravederlo.
Nasce quindi questa idea di viaggio, alla ricerca di ciò che non avrebbe dovuto esistere e di ciò che invece avrei dovuto aspettarmi da 4 giorni pregni in una delle aree più belle e pregiate per il whisky: lo Speyside.
Situato nella macro area delle Highlands, se ne differenzia un po’ per lo stile, un po’ anche per un pizzico di sciovinismo che non guasta mai.
Partiamo tutti belli carichi con i nostri progetti di degustazione, in questa che probabilmente è l’area a più alta densità di distillerie.
Io solo invece, contrariamente ai miei compagni, avevo in mente la costante trazione verso ciò che in Scozia definiscono “fairy”, fatato.
Scopro che nella cittadina dove alloggiamo, Aberlour, è presente un importante riferimento alla cultura popolare scozzese legata alle fate, Fairy Knowe, una piccolissima collina utilizzata anche dai Pitti come “burial hill” e che per i cittadini del luogo ha un qualcosa di mistico, legato appunto al “popolo nascosto”. Non si trova nelle mappe, difficile da localizzare, ma la gente del luogo in qualche modo ancora la venera. Sarà una delle tappe fondamentali del mio viaggio.
Ma partiamo dal whisky, anche perché i miei amici mi avrebbero potuto affogare nello Spey se avessi continuato a rompergli le scatole con le mie fantasie!
E dopotutto, non era un brutto partire!
Una bellissima full immersion fin dal primo giorno, molte distillerie, bellissime, con i loro profumi ed una storia davvero intensa. Non mi piace fare nomi, non lo trovo importante.
Quel che è stato importante è capire quanto sia fortemente radicata nella cultura locale la produzione del whisky, una cosa quasi sacra.
Ciò che mi ha stupito fin da subito è stata la profonda connessione con la natura. Con i torrenti di cui ogni singola distilleria costudisce gelosamente le acque, quasi fossero magiche.
E per loro lo sono.
In ognuna delle distillerie che abbiamo visitato, ci hanno raccontato con orgoglio come quel piccolo affluente dello Spey da cui traevano la loro acqua miracolosa, fosse utilizzato solo e solamente da loro. Rendendo unico il loro prodotto.
Ed è proprio da qui che ho iniziato a rivedere ciò che è davvero “fairy” nella loro cultura, nel loro modo di vivere, in questo ambiente a tratti ostile, ma altamente spettacolare.
La devozione verso le loro fonti è un qualcosa che puoi chiaramente percepire. Alcuni addirittura la rendono sacrale, creando aiuole a protezione del loro segreto, dedicate alle fate del luogo, con tanto di targhe!
Ecco quindi che la mia seconda grande caccia, iniziava ad assumere contorni realmente concreti!
Il tempo nel mentre scorreva lento, in questo spazio immenso di luce abbagliante. Dove perfino la gravità assume contorni differenti.
Le degustazioni si alternavano ed io non riuscivo a trovare la mia Fairy Knowe, ma la sentivo.
Il whisky mi stava insegnando una cosa spesso troppo sottovalutata: la pazienza ed il bello di godersi i tempi morti, dilatati. Come se tutti noi fossimo costantemente in attesa di una ineluttabile bellezza.
Dopotutto, cosa c’è di più incomprensibile per noi di pensare ad un luogo dove puoi facilmente produrre un’ottima birra (tutte le prime fasi della produzione del whisky e pure le materie prime, sono assolutamente identiche a quelle per produrre birra! Esattamente identiche!), ma no, decidi di complicarti la vita e distillare, attendere anni qualsiasi cosa che possa andare storto e produrre il tuo whisky?
Nessuna e sottolineo nessuna delle distillerie che abbiamo visto nello Speyside, pur potendolo agevolmente fare, pur essendo commercialmente molto logico, nessuna ripeto produce una seppure minima parte di birra. Nemmeno ci pensano e nemmeno te lo aspetti, quando arrivi davvero ad intuire il loro pensiero lento.
Finalmente giunge il giorno tanto atteso della cena con degustazione: 9 portate di cibo in pairing con 9 differenti whisky! Già avevo avuto qualche indizio nei precedenti giorni, di come un buon whisky possa essere assolutamente centrato assaggiandolo insieme ad un dolce molto locale, lo sticky toffee pudding, con cui si sposa a meraviglia! Ma la serata con la cena a 9 portate mi intrigava troppo!
Perfino il meteo stava collaborando, passando da una costante pioggia fine tipicamente scozzese a giornate in cui sprazzi di cielo sereno facevano capolino su di noi.
Prima di avviarci, decido di cogliere l’occasione e vado alla ricerca della “mia” Fairy Knowe e finalmente la trovo, su di una collinetta nascosta appena sopra Aberlour!
Lo percepisco come un buon segno verso la mia cena, verso la mia comprensione finale di ciò che reputavo tanto distante da me.
Ci rechiamo quindi belli baldanzosi in un posto magnifico (di cui, anche in questa occasione, preferirei omettere le generalità), pronti a tutto e belli carichi.
Ci sorprendono subito con un cocktail di benvenuto, uno spumante addizionato di whisky, che ci mette subito buon umore, aprendoci al desiderio.
La cena sarà un appagante percorso fatto di punte (alcoliche e di sapori) in costante contrasto e complicità. Tutto ruotava intorno ad un mappamondo di culture culinarie, da Jerez a Mexico City, da New York, passando per Hong Kong e per finire nuovamente in Scozia.
Devo dire che con lo scorrere del tempo e della cena, tutti i miei preconcetti sulla esoticità dell’abbinamento cibo-whisky piano piano venivano spazzati via, lasciandomi solo con i miei pensieri. La complessità aromatica, unita alla freschezza, le espressioni agrumate, saline, le tostature, le ampiezze e profondità, riuscivano a creare, a seconda degli stili dei vari whisky, un accordo con i piatti assolutamente unico.
Gli abbinamenti a mio parere più azzeccati? Un antipasto composto da orzo tostato, una purea di sedano rapa affumicato e mela in abbinamento con un whisky che all’olfatto proponeva sentori di frutta secca e caramella, vanigliato al palato; un secondo piatto di cacciagione sontuosa, filetto di pernice con il suo fondo al whisky, bacca di vaniglia e uva affumicata, meravigliosamente abbinato ad un whisky profondo, persistente, con sottili note di cioccolato.
Al termine di questa esperienza, devo ammettere, ne esco pienamente convinto.
Il whisky è una bevanda davvero poliedrica ed interessante, è un mondo di infinite variabili e possibilità.
È magica.
E devo dirvi che l’ultima sera, prima di andare via, in fondo alla luce del sole al tramonto proiettata sullo Spey, forse le mie fate le ho davvero intraviste.
Puoi trovarne un estratto anche su www.retrogusti.com