GUIDA GALATTICA AL PRIMO VINITALY


Partenza all’alba di domenica, in pullman organizzato.

Occhi gonfi dal sonno, ma cuore gonfio dall’emozione per la nostra prima esperienza al Vinitaly.

Siamo io, la mia amica e collega Lia ed il suo fidanzato Ramon, amante di vino, così come di ogni altra cosa bella. Ed il pullman carico di gente, più o meno esperta, più o meno preparata.

Noi al contrario, carichi del nostro entusiasmo, ma ignari di ciò che ci avrebbe aspettato, proviamo a delinearci una mappa mentale sui territori che avremmo voluto approfondire, i percorsi, i vini da degustare… e per fortuna! Devo dire, a posteriori, che non ce la siamo cavata affatto male!

 

Il viaggio da Firenze è lungo, ma scorre via veloce, come i fiumi di vino che ci aspetteranno al nostro arrivo! 4.400 aziende divise in enormi padiglioni, sono numeri da capogiro mai immaginati. Alla fine il capogiro arriverà, ma forse per altri motivi.

 

Comunque, finalmente arriviamo a Verona, possiamo cominciare la nostra avventura.

Scendiamo dal pullman e ci dirigiamo verso la fiera e nel breve percorso cerchiamo di riordinare un po’ le nostre idee su ciò che dobbiamo fare o non fare, consigli, trucchi del mestiere (che qualcuno ci ha da poco rivelato), appuntamenti mancati, tanta curiosità, ma anche tanta spensieratezza.

Il piano è semplice: partiremo dalle regioni del nord e andremo a scendere, evitando Piemonte e Toscana, già ampiamente note e sicuramente prese d’assalto dalla massa.

Subito il primo pensiero, mentre ci accingiamo ad entrare nel padiglione Alto Adige è: “mi raccomando ragazzi, cerchiamo di fare le cose per bene, non più di 2 assaggi per ogni stand che vogliamo visitare, altrimenti non arriviamo vivi a stasera!” “certo, certo!!”

Pronti via, si presenta a noi Tramin: i nostri recentissimi buoni propositi vanno a farsi benedire, perché gli assaggi saranno 8, a testa.

Personalmente rimango folgorato dalla pulizia e dall’eleganza del Gewurstraminer, in entrambe le versioni e dal Sauvignon Pepi. Ma sarà alla fine l’assaggio nascosto di Epokale a chiudere la degustazione col botto.

Facciamo pochi metri e bisogna di nuovo fermarci perché voglio assaggiare i Pinot Nero di St.Michael-Eppan. Li avevo provati in montagna, questo inverno, insieme ad altri loro bianchi. Una cantina che fa un gran bel prodotto. Iniziano gli assembramenti di persone, guadagniamo il nostro posto in prima fila e cominciamo gli assaggi. Il loro Pinot Nero Sanct Valentin si riconosce, elegante come deve essere, molto paradigmatico. L’assaggio di botte ti lascia sempre sensazioni quasi oniriche di un viaggio non ancora compiuto, ma affascinante.

Ad ogni buon conto, i Pinot Nero dell’Alto Adige non finiscono mica qui! In elenco c’era Girlan, ma volevo essere sintetico, andare dritto al punto. Mi avvicino con fare sicuro al banco e dico: “vorrei fare un assaggio, ma solamente del vostro Pinot Nero Vigna Ganger, grazie!” La risposta sarebbe potuta essere un molto sintetico “Col cazzo!”, ma il “gentilissimo” professionista di Girlan riesce a contenere nella sua testa questa espressione (che però rimane espressa dai suoi occhi!) e mi risponde con un ancor più sintetico “no!” seguito da un cordialissimo “Scusate, ma voi chi siete?”. Avrei potuto rispondere come Totò, “Lei non sa chi sono io!”, mi limito invece a dire che siamo umilissimi sommelier. Allora per noi, gentaglia, può avere a disposizione solo tutta l’altra gamma di Pinot Nero, tranne il Vigna Ganger. Rimarrò con la curiosità insoddisfatta e anche un ricordo di come a mio parere non si debba parlare alle persone, a prescindere da loro chi siano. Il Pinot Nero Girlan che abbiamo assaggiato, scusate, mi rimane pertanto abbastanza anonimo. D’altronde si sa, il vino è anche e soprattutto il ricordo di un momento, poesia.

Proseguiamo il nostro percorso, il Friuli Venezia Giulia ci attende. La fame inizia a mordere, ma più che la fame in sé, è quel bisogno di mettere qualcosa di solido in pancia, dopo tanti liquidi.

Decidiamo però di resistere (la programmazione è tutto!), di finire il nostro “lavoro” al nord e solamente dopo mangeremo un boccone.

Risaliamo quindi il padiglione e ci imbattiamo in Zuani. Antonio Zanon, il proprietario, l’ho conosciuto un paio di settimane prima all’evento a Villa Castelletti. Gran bella azienda, gran bei prodotti, ma soprattutto la fortuna di essere accolti come fossimo a casa. Cosa dire dei loro vini? Il commento che mi è uscito di bocca è stato “certo, fare un bianco cattivo nel Collio non è facile!”, ma non rende merito ai loro prodotti. Una Ribolla assolutamente perfetta, il Pinot Grigio, ma soprattutto il loro blend nelle due versioni (normale e riserva), ci rimettono in pace con il mondo, dopo Girlan.

Vie di Romans, dunque! Sempre in Friuli, è la volta del Friulano. Mamma mia che profumi, che aromi, che eleganza! Peccato gli manchi un po’ di lunghezza in bocca… Ma il Dut’Un ci riconsegna ciò che il nostro palato desiderava, chiudendo il Friuli in bellezza.

 

Fino ad ora abbiamo degustato solamente vini da vitigni internazionali, o al massimo comunque autoctoni di fama e pregio, come da Zuani. Arriva dunque il momento di affrontare qualche assaggio meno classico e ci fiondiamo in Val d’Aosta, da Elio Ottin. Sì, assaggiamo pure qui il Pinot Nero (approposito, la loro versione riserva l’Emerico niente male!), ma è il Petite Arvine, il Petit Rouge ed il Fumin che attirano più l’attenzione. Bella freschezza, piacevolezza e beva. Il Fumin fra tutti alla fine sarà quello che mi rimarrà più piacevolmente impresso.

Con la Val d’Aosta si conclude (per ora…perché poi a fine serata salteranno gli schemi come è normale che sia!) il nostro Nord Italia e con un salto enorme – dopo aver mangiato un bel panino - ci troviamo in Campania, da Marisa Cuomo, perché non si possono non assaggiare i suoi incredibili vini! Tutti autoctoni, ma uno ancor di più. Sì, va bene, Falanghina e Biancolella, Pedirosso ed Aglianico… ma vuoi mettere con il Fiorduva assemblato con Fenile, Ginestra e Ripoli? Cosa potevamo aspettarci se non una conferma della loro bravura? Sarebbe banale dire che su tutti spicca il Fiorduva, sebbene ancora troppo giovane e scorbutico (ne avrà di anni davanti per ammorbidirsi!!), ma la palma voglio darla al Furore Bianco. Il rosso non so, non mi ha convinto, probabilmente anche perché come fai a bere qualcosa subito dopo al Fiorduva? Impresa ardua. Rimaniamo ai bianchi in Costa d’Amalfi, sole, mare, brezze… forse è meglio così.

Un passeggero Bucci, trovato per caso, non si rifiuta mai. Il giusto modo per riemergere dal Fiorduva senza subire lo scotto e anzi…  cosa volere di più? Un Villa Bucci, ma nossignori, non c’era. Finito, evaporato, si erano bevuti pure il vetro.

Ed allora noi, infastiditi, giriamo l’angolo dei Verdicchi e tradiamo i Castelli di Jesi per infatuarci di Matelica, i Matelica di Bisci per l’esattezza: lui si amareggia per non averci potuto offrire da mangiare, come era solito fare negli altri anni, però dai, si riscatta offrendoci da bere! Uno spumante di Verdicchio molto interessante non si rifiuta mai, oltre ai due secchi, di cui il cru Vigneto Fogliano che mi voglio segnare, per future degustazioni. Personalmente, sono riuscito forse ad apprezzare questa differenza fra le due declinazioni, Castelli di Jesi contro Matelica. Ma devo tenerla per me e riaffrontarla con più tranquillità, ecco perché vorrò ridegustarlo.

Usciamo un po’ al sole finalmente, una breve passeggiata e una boccata d’ossigeno, prima di tornare a questo sporco lavoro, che qualcuno dovrà pur fare, come si dice, no?

 

Ed ora si apre una parentesi sociologica: l’ingresso al Padiglione Sicilia. Se finora era tutto molto bene organizzato, i numeri e gli stand sempre corrispondenti.. entriamo DAVVERO apparentemente in Sicilia, dove ogni cosa trova il suo posto in maniera del tutto casuale! Però fondamentalmente ogni cosa il suo posto perfetto lo trova davvero, così come noi riusciamo a trovare Graci e Girolamo Russo, uno vicino all’altro. Se per Graci non ho un grandissimo ricordo (e vorrà pur dire qualcosa questo, o no?), Girolamo Russo mi apre l’Etna: due bianchi meravigliosi, sapidi, freschi, facevano venire voglia di finire la bottiglia… e poi una scoperta incredibile, il loro rosato di Nerello Mascalese mi lascia a bocca aperta: ciliegia, fragola, cenni di speziatura e sapidità. I rossi li conoscevo e ne mantengo gli ottimi giudizi, su tutti il loro blend base A’Rina mi appare davvero paradigmatico di tutti i migliori Etna Rosso. I Cru forse ancora un po’ troppo giovani, lasciano però intravedere potenzialità ancora inespresse.

 

Ed è a questo punto che iniziano a saltare gli schemi, fra fame, stordimenti passeggeri, capricci di nuovi assaggi, sogni inespressi e voglia di non arrendersi.

Perciò decidiamo seduta stante di fare un salto dalla Sicilia alla Lombardia: un altro stand, un altro mondo. La perfezione, l’organizzazione, le mappe colorate e i buttafuori che richiamano subito all’ordine chi non indossi correttamente la mascherina! No davvero, non siamo più in Sicilia. Peccato, personalmente trovo che un pizzico di caos si abbini meglio al vino. Creatività, fantasia, improvvisazione.

Ma comunque, ormai siamo in Lombardia. Nonostante le mappe, i colori, le indicazioni e tutto, riusciamo a perderci in Franciacorta. Ma forse è colpa dell’alcool ormai. Dopo un po’ capiamo come orientarci e troviamo la Valtellina, abbiamo un’idea da confutare o confermare sui rossi della Valtellina. Alla fine, confutata o confermata a seconda di esperienze passate, ne usciamo tutti felici e contenti. Che bello il viaggio da Arpepe fra i suoi cru di Valtellina Rosso Superiore! E lo Sfurzat Carlo Negri di Nino Negri era proprio come me lo ricordavo: una perla rara per il suo gusto quasi dolce, anche se assolutamente secco, dato dai 120 giorni di appassimento delle uve, una lavorazione rara ed importante. Un vino da dedicare solamente alle giuste occasioni.

 

Ora però occorre davvero un panino. Porcobrado è lì che aspetta e non lo facciamo aspettare.

Finalmente ci sediamo 5 minuti, ma non di più eh! Sia mai. Bisogna pedalare che poi la giornata finisce e chi se la sente di farla finire così?

Continuano quindi i nostri rimbalzi senza più molto criterio, da una parte all’altra, guidati dall’istinto. Dopo la Lombardia e i Rossi della Valtellina, è giusto quindi andare in Sardegna, terra di Vermentino.

Finiamo da Surrau e ne assaggiamo il suo Vermentino di Gallura (ottimo) e gli altri suoi vini, il rosato di autoctono Carigiola di cui ero molto curioso, il loro blend di autoctoni rossi e per finire il passito di cannonau e Maristellu. Dopo il panino era giusto ripartire col botto. Rimango alla mente sul Vermentino, macchia mediterranea, sapidità, freschezza…. gli altri non mi convincono a pieno.

Da Cantina Mesa invece proviamo il Carignano del Sulcis e ne ricordo con piacevolezza il loro Riserva Gavino, carnoso, fruttato, balsamico. Ma forse perché ne sono stato influenzato sapendo che fosse a piede franco sulle sabbie? Non so, non credo, mi è piaciuto davvero, ma quando si parla di vino la componente emotiva è sempre molto importante.

Però non ci è bastato il Vermentino di Surrau, avidi di Vermentini cerchiamo Capichera, pluripremiata azienda famosa appunto per i suoi.

Ma dobbiamo cambiare stand, a volte succede, ti mettono la Sardegna in Piemonte o le Marche in Calabria… abbiamo perfino trovato la Toscana in Friuli. Chissà perché?

A questo punto ormai, già abbastanza pieni di tutto, nello stomaco e nel cuore, continuiamo quasi per inerzia, quando… ILLUMINAZIONE! L’Asprinio d’Aversa! Proposto da una cantina che non conosciamo e che non era nemmeno nei nostri più lontani programmi: Cantine Bonaparte.

Qui potremmo aprire molte parentesi, ma forse meglio evitarle.

Ci viene raccontato con enfasi il processo di vendemmia, queste bellissime alberate, alte anche 20 metri, queste scale vecchie, strette e pericolose, queste vigne che hanno fino a 200 anni… e ci viene detto che mandano i vecchi a vendemmiare. Giustamente, chi manderesti a vendemmiare a 20 metri di altezza, sopra scale pericolanti, se non vecchi alla loro, forse, ultima vendemmia? Ne chiediamo il perché, ci viene risposto “eh, perché le vigne son vecchie…”

Giustamente, penso. Forse sarà l’alcool.

Comunque, l’Asprinio mi stupisce, mi conquista, in entrambe le sue versioni: spumante e secco. E finalmente comprendo il significato, aspro, come il suo nome indica. Poi assaggiamo il loro rosso, Falerno del Massico, io devo ancora trovare un Primitivo che mi dia emozione. Anche in questa occasione, sarà per la prossima. Annata del vino? Non si sa, non riescono a dircela, cercano sul dépliant, gli indico la bottiglia, gli mostro io l’annata. Forse sarà l’alcool.

Ultima domanda prima di andare: “ma perché questo nome altisonante, Bonaparte?” “Eh, perché i Francesi di Napoleone entrarono in Italia…”

Giustamente, penso. Forse sarà l’alcool.

Di slancio arriviamo così da Capichera, la ragazza non ci molla più, quasi s’offende che non vogliamo assaggiare tutto, ma proprio tutto! Ci limitiamo ai Vermentini, versione IGT e DOCG, stessa musica, il Vermentino declinato in Sardegna ha una sua espressione unica che ci conferma la sua attitudine.

 

Ormai la giornata volge al termine, così come anche la nostra resistenza.

Decidiamo quindi di fare un’ultima capatina fuori frontiera e ci avviamo verso lo stand degli internazionali… salvo imbatterci quasi per sbaglio nuovamente in Alto Adige (che vabbè, un po’ internazionale alla fine lo è anche lui..), da Hofstatter, attratti dai suoi magnifici Pinot Nero. Li conoscevo di fama, mai assaggiati prima. Il loro Barthenau mi rimette definitivamente in pace con i Pinot Nero non fatti in Borgogna. Che vino, che eleganza!

Che stanchezza!

Chissà come e chissà perché, arriviamo quindi allo stand internazionale, dove realizziamo la foto dell’anno!

 

A parte la foto, un veloce assaggio allo Steen (come viene chiamato lo Chenin Blanc in Sudafrica… ma neanche loro allo stand dei vini del Sudafrica lo sapevano!) e il Pinotage, ibrido incrocio fra Pinot Nero e Cinsaut. Niente che mi lasci esaltato, ma didatticamente utile.

Proseguiamo con un assaggio di vini rosato e bianco di una interessante cantina portoghese, Bathoreu. I vini sono freschi come me li aspettavo, un po’ meno fresca era la signora anziana al tavolo a bere allo stand! Era a fine serata anche lei, d’altronde.

Ma non potevamo lasciare il padiglione senza un salto in Spagna, in onore del nostro compagno di viaggio, dove assaggiamo peraltro 2 interessanti autoctoni: Maturana Blanca e Tempranillo Blanco. Più la Maturana che il Tempranillo, ad essere onesti. Niente a che vedere con Maturana Tinta e Tempranillo Tinto, ma non è che abbondino in fantasia da quelle parti…

 

A questo punto sono già le 17.30, fra poco dobbiamo tristemente andarcene verso il pullman dove ci aspettano per il ritorno a Firenze.

Decidiamo quindi di chiudere questo nostro “viaggio” tornando in Italia, assaggiando qualche vino dolce.

Passiamo per il Lazio, assaggiamo il Cannellino di Frascati, Malvasia puntinata, Cantina Villafranca. Dal colore, il dubbio che sia veramente dolce ci sorge. Ed in effetti, a guidarci nella degustazione è proprio il presidente de consorzio che ci spiega che normalmente il Cannellino di Frascati è un passito, ma storicamente invece era una vendemmia tardiva appena dolce, vino da accompagnare a tutto pasto. E la Cantina Villafranca aveva scelto proprio questa direzione. Davvero una interessante chiacchierata e scoperta. Sono queste le cose che più piacciono, le scoperte.

Come chiudere infine la giornata se non con un vero passito e proprio il Re dei passiti? Un passito di Pantelleria, il Ben Ryé.

Torniamo quindi nello stand Sicilia, ma non capiamo perché, probabilmente un varco spaziotemporale, entriamo in Sicilia e ci troviamo in Umbria!

Vabbè, pazienza, il destino ci spinge verso il Montefalco Sagrantino Passito. E così sia.

Ormai gli schemi sono totalmente saltati, quindi non abbiamo una grande idea né di dove ci troviamo, né di quale cantina assaggiarne il prodotto.

Veniamo attirati dalla Cantina Le Cimate di Montefalco e decidiamo di seguire il nostro istinto, che finora si è sempre rivelato vincente. Non si sbaglia nemmeno questa volta.

Che grande scoperta! Non il Sagrantino Passito (che nonostante fosse un 2014, mi appare ancora un po’ scorbutico ed eccessivamente tannico in bocca) e nemmeno il loro Sagrantino di Montefalco secco. No. E’ il loro Trebbiano Spoletino che sbaraglia tutto, soprattutto nella versione passita. Che bellezza il Trebbiano Spoletino! Quali aromi, che fin di bocca! Nulla a che vedere con il “nostro” Trebbiano Toscano, non cugini, nemmeno parenti alla lontana.

Finalmente il Ben Ryé, ce lo tirano da lontano, tanta la calca. E’ sempre come lo ricordavo, miele, albicocca disidratata, grande equilibrio fra freschezza e dolcezza.

Che gran finale!

 

Torniamo al pullman infine, incredibilmente saldi sulle nostre gambe e sui nostri pensieri, mentre qualcun altro del nostro gruppo, barcollante, fatica a salire le scalette.

Tante emozioni rimangono sopite durante il viaggio di ritorno.

 

Stanchissimi, ma felici, raggiungiamo le nostre case, i nostri letti. Chiudiamo gli occhi ed un nuovo sogno prende spazio al precedente, appena vissuto.

 

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