Viaggio fra la borgogna e i suoi unicorni

Gli Unicorni esistono.

Li abbiamo incontrati molte volte nel nostro lungo viaggio in Borgogna.

Gli Unicorni, ben presenti nella cultura popolare francese.

Li ritroviamo negli arazzi di Cluny, nei sette arazzi di François VI de La Rochefoucauld, è la loro magia che aleggia un po’ ovunque e te ne rendi conto.

Esiste una espressione, nel nostro meraviglioso mondo del vino, che parla di alcuni prodotti e li definisce proprio Unicorn Wines. I vini unicorno, vini rari, vini magici, vini preziosi. Vini introvabili.

Ed in Borgogna ne è pieno.

Sono nascosti, sono protetti, sono avvolti da magia, mica facile trovarli eh!

Come gli Unicorni.

Gli Unicorni esistono e sono un po’ ovunque. Li trovi fra le praterie sconfinate, nei meravigliosi boschi, nelle abbazie, ti fanno capolino da una piccola finestra di un ancor più piccolo paese disperso nel nulla della bellezza cosmica di quei paesaggi, in cima ad una roccia della Cote Chalonnais oppure in fondo alla coppa di un bicchiere di vino.

Paesaggi rari, magici, preziosi. Credo siano introvabili, come gli Unicorni, ma poi alla fine ci sbatti addosso. E ti cambiano la vita.

 

Ma andiamo con ordine e riavvolgiamo il nastro.

 

Era da tempo che avevo in programma un viaggio in Borgogna, con tutta la famiglia. Ma non era cosa semplice da pensare e organizzare, come li tieni a bada due bestie di Satana maschi di 3 e 9 anni in un viaggio di millemila ore da Firenze? Senza contare le millemila ore una volta arrivati in Borgogna, fra spostamenti, visite in cantina, degustazioni, pranzi, cene… insomma, tutto l’armamentario classico di un enomalato in viaggio alla Mecca del vino.

Ma ecco l’intuizione: si va in camper! E, per farsela passare meglio, si va con un’altra famiglia di amici, anche loro in camper, anche loro figli muniti, femmine, a creare un contro bilanciamento entropico della vacanza!

Due coppie perfettamente assortite: io e il mio amico, anche lui enomalato come me; le nostre mogli, pazienti, tolleranti verso le nostre fisse, enogoderecce e perfette compagne di viaggio; i figli, 2 maschi e 2 femmine, affiatati e complici; un cane, a creare scompiglio nell’entropia.

Ovviamente, cerchiamo di pianificare tutto alla perfezione, nella nostra psicotica mania di controllo, incrementata da curiosità ed eccitazione.

Le tappe tutte già stabilite, elenco di cantine da visitare e vini da assaggiare, elenco di luoghi di interesse, borghi, abbazie, paesaggi, elenco di ristoranti, enoteche e tutto il resto. Informazioni strappate al nostro punto di riferimento del Sapere Borgognifero mesi e mesi in anticipo, camper prenotato mesi e mesi in anticipo, tutto scritto, tutto pianificato, tutto già sognato, immaginato e quasi vissuto.

Partenza a metà maggio, già a fine febbraio eravamo pronti.

Ma avevamo fatto i conti senza l’oste e senza gli Unicorni.

Gli Unicorni, si nascondono, sfuggono, sono magici e anche un po’ selvaggi.

Noi, nel nostro entusiastico ottimismo, iniziamo a mandare mail, a chiedere prenotazioni a destra e a manca… macché! Nessuno che ci risponda! E le poche risposte che riceviamo recitano tutte “risentiamoci a maggio!”.

Ma giustamente anche, che gli frega a loro? Dov’è questa fretta? Che senso ha?

Lo avremmo capito una volta lì, che il loro stile di vita è totalmente diverso da quello che mi ero immaginato.

 

Comunque, armati di pazienza, alle porte coi sassi, riusciamo a definire in extremis tutto il programma: partenza di venerdì dopo pranzo, prima sosta a caso dove troviamo, sabato mattina subito in Beaujolais! Da lì si sale: Cote Chalonnaise, Cote de Beaune, Cote de Nuits, Chablis, fino ad arrivare alle porte della Champagne, in Cote de Bar!

Ma non di solo vino vive l’uomo e quindi ecco che riusciamo perfino ad incastrarci visite a Cluny, Beaune, Digione, Fontenay, Troyes!

Un programma spettacolare.

 

Con il cuore pieno di aspettative, ma senza realmente sapere cosa aspettarci, finalmente partiamo.

 

Non è stato facile adattarsi alla guida del camper, alle sue dimensioni, al caos totale generato dai bambini durante l’intero viaggio di andata. E ancora non potevamo nemmeno bere per dimenticare.

Daniela, mia moglie, una santa vocata all’intrattenimento dei bambini.

Ma finalmente, il sabato mattina, con il cuore pieno di gioia infantile, avvistiamo il primo cartello: très Beaujolais!

La nostra vacanza stava finalmente iniziando, da Morgon.

 

Quello che ti colpisce di più e subito, dritto come un cazzotto nello stomaco, quando entri in Beaujolais, è la luce. C’è una luce pazzesca, che irradia tutto, fino alle radici delle viti probabilmente.

Non so come spiegarlo. Una luce bianca, bellissima.

Un paesaggio che è un continuo saliscendi di colline e discese e distese di vigne, ad alberello basso, molto basso. Affascinanti.

Poi quando arrivi in Beaujolais ci vai anche un po’ con la testa piena di miti, spesso falsi miti: pensi al Beaujolais Nouveau, ti immagini vini semplici, immediati.

Poi ti capita di degustare un Morgon, un Moulin a Vent e capisci che tutti quei discorsi, nozioni, idee…erano tutte baggianate! Come ogni volta che qualcuno, da lontano, prova a inquadrare in una cornice fissa un’idea.

E già vedi gli Unicorni saltare, correre e scomparire fra i boschi intorno a Morgon.

Di cosa sa quindi un Morgon? Di cosa sa un Moulin a Vent? Di cosa sa un Fleurie?

La prima cosa che iniziamo a comprendere, una volta arrivati, è che non esiste un Beaujolais. Non esiste un Gamay. Esistono i Morgon, esistono i Moulin a Vent, esistono i Fleurie…

Questa stessa cosa sarà comune ovunque. Inutile chiedere di bere un Gamay, nessuno ti capirà.

Sono vini, dunque, totalmente all’opposto di quello che è l’immaginario collettivo: sono vini potenti, sono vini con ottima capacità di invecchiamento, ma al tempo stesso quando si distendono (specialmente a Fleurie) sono anche vini di grande eleganza.

 

Comunque, presi da questa bella “sveglia” di impatto, l’indomani ripartiamo. Ma è domenica e nessuno muove un dito di domenica da queste parti. Ma nemmeno di lunedì e di martedì. Tutto è chiuso, tutto è strano, ti sembra di vivere tra parentesi. Passeggi nelle cittadine di Borgogna alle 11 del lunedì mattina e ti sembra di essere in un’epoca imprecisata bloccata nella storia intorno alle 5 di mattina di una domenica di primavera. Tranne per la luce, impressionante.

Ma torniamo a noi. Dicevo, l’indomani mattina, domenica, ogni luogo chiuso, decidiamo di dedicarla a visite paesaggistiche: è tutto così meraviglioso qui!

E quindi passeggiata e splendido pic-nic presso la Rock de Solutrè!

Sembra tutto così strano: un posto così bello e iconico di domenica intorno a mezzogiorno, ci saranno state 10 persone. Ma dove sono tutti? Questa domanda ce la faremo per tutta la vacanza.

Dove sono tutti? Possibile che in posti così magici non ci sia NESSUNO? Magari sono stati tutti rapiti dai Fauni, chissà. È maggio, una bellissima giornata di domenica ora di pranzo, in uno dei più bei posti del Maconnais, nel pieno di uno dei luoghi più iconici di Francia, la Borgogna. Non c’è nessuno.

Fossimo in Italia ci sarebbe da fare a cazzotti per trovare un posto per fare una foto.

Ma poi, vigne ovunque, bellissime, lasciate libere, ci puoi entrare dentro, ci puoi dormire se vuoi.

Incredibile (parola di cui certamente abuserò!).

 

Quando poi il giorno dopo, finalmente, entri in Cote d’Or ti rendi conto che cambia tutto. Ma cambiano anche tutte le tue idee che ti eri formato, convinzioni con le quali eri partito. Principi fisici e metafisici.

Cosa ci immaginiamo, tutti quanti, della Cote d’Or, cuore della Borgogna? Une terra MITICA, baciata dagli Dei. Una ricchezza smisurata. Cantine iconiche, invidiate da tutti. Produttori le cui bottiglie, singolarmente, costano quanto una Fiat. Pezzi di terra il cui valore raggiunge quello del Pil di San Marino. Ti immagini tantissime cose prima di arrivare, ma mai immagineresti quello che ti trovi poi di fronte: la più semplice delle normalità. Un po’ lo avevo subodorato prima di partire, devo essere onesto.

Quando chiami per fissare le visite e tutti ti dicono “non so se posso ricevervi, perché a Maggio ci sono da fare i lavori in vigna e siamo impegnati” e tu non capisci, perché ti figuri tutte le più importanti aziende agricole in Italia, ma anche quelle medie e perfino quelle piccole, organizzate con bellissime sale di degustazione, personale addetto, tavole imbandite.

In Borgogna no. In Cote d’Or tanto meno. Qui la vita è semplice, qui la vita è contadina.

È per questo che durante il giorno non trovi nessuno in giro nei paesi, perfino quelli dai nomi più ridondanti: Chassagne-Montrachet, Puligny-Montrachet, Vosne-Romanee… sembrano tutti disabitati. Perché lì vivono TUTTI per la terra, perché lì lavorano TUTTI la terra.

E quando ti ospitano per una degustazione, spesso, avviene tra una lavorazione e l’altra di un vigneto, in stivali sporchi di fango, su un tavolo di cantina, con bicchieri da osteria, senza manco il pane per pulirsi la bocca.

E ti stappano meravigliose bottiglie, tenendole ferme fra le gambe e tirando via il tappo, come fosse alla sagra di paese.

Perché lì gli è cascata addosso una fortuna immensa, ma son rimasti quelli che erano, meravigliosi contadini che fanno solo quello che più gli riesce: produrre meravigliosi vini.

 

Neanche a dirlo, a Beaune ci siamo ripuliti anche un po’ l’anima visitando l’Hospice de Beaune: un posto anche questo fuori dal tempo, per la sua semplice bellezza.

Ma poi ci siamo anche ripuliti lo stomaco, ad una incredibile degustazione all’Athenaeum, appena di fronte all’Hospice.

Certo, perché qui sacro e profano vanno di pari passo. E ad ognuno spetta decidere per sé quale dei due sia il sacro, quale il profano.

Entriamo all’Athenaeum con grandi aspettative, perché ci era stato indicato come la Mecca delle Enoteche in Borgogna. E quindi, di fatto, la Mecca delle Enoteche del mondo.

C’è di tutto, dai libri, ai bicchieri, fino ad ogni genere di attrezzatura. E ovviamente loro, i vini.

Ci avviciniamo quasi impauriti, perplessi. Vedo in lontananza, vicino alle casse una stanzetta, con una botte al centro e qualche bottiglia poggiata sopra.

Mi rivolgo al mio amico “ma secondo te ci fanno assaggiare qualcosa?”

“Macché, figurati!”

Io ci provo ugualmente, d’altronde che avevo da perdere? “Mi scusi (parlava italiano il commesso!), ma per caso… si può assaggiare qualcosa?”

“Ma ceertoooooo!! Siamo qui per questo!! Venite!”

Sguardo misto fra stupore ed eccitazione, andiamo nella STANZA DEL PIACERE, che avevo intravisto da lontano. Diciassette (17!!) bottiglie sopra la botte. Io timidamente “ne potremmo assaggiare due o tre?” Risposta quasi stupita “No, le assaggiate tutte, ovviamente!!”

“Oddio, ma quanto dobbiamo pagare?”

“Niente, ovviamente! È il mio lavoro!”

No, vabbè. Non si può spiegare cosa abbiamo pensato io e il mio amico in quel momento, In Italia quando vai ad assaggiare tre vini mediocri, ti fanno pagare l’equivalente di una cena in un ristorante stellato, manca poco. Qui, nella Mecca della Mecca, ti OFFRONO diciassette vini! Da non crederci.

E che vini!! Un’ora e mezza dedicate a noi, senza fretta, con calma e pazienza, spiegandoceli tutti.

E, anzi: alla fine non contenti, gli chiediamo se fosse possibile assaggiarne pure un altro. Che facce toste! Ma dopo tutti quei vini avevamo perso completamente le inibizioni. Senza fare una piega, ci stappa la diciottesima bottiglia. Incredibile.

Poi vabbè, qualche soldo in vino dopo glielo abbiamo pur lasciato eh! Ma non era affatto scontato. È anche questa la Borgogna.

Di lì un crescendo.

Se mi chiedessero oggi “cosa ti ha lasciato la Borgogna?”

Risponderei che mi rimangono queste colline ordinate, semplici, che mi rimangono i boschetti che fanno da cappello alle vigne Grand Cru, mi rimangono i cavalli che arano i vigneti, la semplicità dei luoghi e delle persone, i muretti a secco, la tranquillità e la luce.

E di cosa sa allora il Pinot nero? Provate a chiederlo alle persone che qui lo fanno: sa di nulla e sa di tutto, sa di quello che cerchi, sa di semplicità e di complessità, sa di piccoli frutti rossi e di eleganza, ma sa anche di potenza e austerità.

E come ci insegna Miles in “Sideways”: “e inoltre, andiamo... oh, i suoi aromi sono i più ammalianti e brillanti, eccitanti e sottili e antichi del nostro pianeta. “

 

Digione, ultima visita nella Borgogna classica: un posto meraviglioso dove vivere. Ti da l’idea di essere immutato nel tempo e nello spazio. Peccato doversene andare, dover uscire da questa magia.

Ma se Digione è un posto meraviglioso dove vivere, nella strada che ci avrebbe portato verso Chablis abbiamo visitato il posto perfetto dove morire: l’Abbazia di Fontenay.

Lo ripeto: non di solo vino può vivere l’uomo ed il suo spirito. E Fontenay te ne da la prova materiale.

Ti trovi catapultato in una realtà quasi cinematografica, che ti lascia senza fiato. Tutto assolutamente ordinato, al suo posto. I prati perfetti, le mura intatte e pulite, i laghetti, le fontane, la chiesa con il pavimento di terra e sassi, com’era un tempo, ma perfetto, non un sassetto fuori posto.

Anche qui li ho visti passare, di sfuggita, gli Unicorni. Chissà se di notte riposano in quelle bellissime stalle…

Una breve sosta per rinfrancarci lo spirito, un pranzo in camper di fronte all’Abbazia e poi si giunge a Chablis, altra meta piena di grandi aspettative.

Siamo quasi a fine del nostro viaggio, dopo Chablis c’è solo la Cote de Bar, perché, giunti fin qui, ci pareva brutto non fare una capatina fino in Champagne!

Ma Chablis non doveva essere e non è stata solo una meta di passaggio. Chablis è Chablis.

Qui forse, nella maniera più netta, mi sono reso davvero conto della differenza sostanziale fra i vari cru. Sarà perché è più piccolo il territorio, sarà perché spazialmente più comprensibile.

Abbiamo il paese, abbiamo il fiume, abbiamo il fiume Serein. Poi lo attraversi e ti ritrovi magicamente di fronte la collina dei Grand Cru! Uno spettacolo emozionante.

È tutto lì, a portata di mano. Sono tutti di fronte a te i Grand Cru. Tutto il resto intorno si divide fra Premier Cru, Chablis e Petit Chablis, ma i Grand Cru sono solo lì, nella stessa collina, con la stessa identica esposizione sud, verso il Serein. È tutto così facile e comprensibile, quando visiti i luoghi e li osservi coi tuoi occhi.

Chablis è stato come un fulmine a ciel sereno per me, molto più di Beaune e di tutti quei meravigliosi paesini tutti uguali nei dintorni della Cote d’Or, tutti a valle delle medesime colline con il boschetto a cappello. A Chablis credo di aver capito veramente.

 

E poi, oltretutto, a Chablis è finalmente accaduto. A Chablis abbiamo afferrato gli Unicorni.

Siamo usciti per la nostra serata, senza grandi aspettative devo dire. Almeno io. Ma non perché non sapessi che sarei stato benissimo! Più perché uscivamo da un problema col camper che abbiamo risolto all’ultimo, fortunatamente, quindi sono uscito con un animo leggero e felice, soprattutto leggero, senza aspettative, appunto.

Su consiglio del nostro solito “consulente-tuttologo” della Borgogna, giriamo qualche enoteca in cerca di un paio di bottiglie specifiche. In genere non faccio nomi di produttori, ma questa volta credo che farò una eccezione: Francois Raveneau e Vincent Dauvissat.

Ogni volta che entriamo in un posto e chiediamo, veniamo guardati come pazzi e ci viene detto “no, impossibile trovare questi due vini, forse al ristorante”.

Vabbè, che vuoi che sia, sono stati tanti i nomi in questa vacanza che non siamo riusciti a trovare, per un motivo o per un altro e ce ne siamo sempre fatti una ragione. Anche questa volta era lo stesso.

Ci sediamo dunque per un aperitivo, ci consegnano una carta dei vini pazzesca e notiamo una scritta particolare a inizio menù che recitava: “tutte le bottiglie sono ordinabili in qualsiasi quantità e si possono comprare anche da asporto, tranne quelle contrassegnate in blu. In quel caso si può ordinare solo una per tavolo fra tutte le bottiglie contrassegnate in blu e non si può avere da asporto”.

Che diavoleria è, pensiamo. Vabbè poco importa.

Sfogliamo il menù e notiamo due produttori in blu: Francois Raveneau e Vincent Dauvissat!!!

Eccoli i nostri Unicorni introvabili! Lì, proprio di fronte a noi!

Ma ne avremmo potuta prendere solo una, essendo entrambi in blu. Optiamo per Dauvissat, Premier Cru La Foret: non sto nemmeno a dirvi il viaggio. Un vino di una complessità pazzesca, in stile Cote d’Or, ma con una mineralità, verticalità e allungo pazzeschi, caratteristiche tipiche di Chablis! Il connubio perfetto. Non ricordo nemmeno cosa abbiamo mangiato, forse formaggi, ma non importa, tutto sarebbe scomparso di fronte a quel vino.

Finita la bottiglia, facciamo finta di nulla, all’italiana, proviamo a ordinare l’altra di Raveneau. Eh no gente, impossibile, sono due blu, potete averne solo una. Merce rara da distribuire con parsimonia.

Dopotutto gli Unicorni non si concedono facilmente.

Ma siamo ugualmente estremamente felici. Andiamo a cena, in un ristorante fissato da tempo, uno dei pochi che aveva accettato prenotazione. Ci porgono la carta dei vini, grande come una Bibbia medievale. L’apriamo, scorriamo. Raveneau, Grand Cru Blanchot. Lo ordiniamo.

Gli Unicorni esistono.

 

La fuga in Cote de Bar, nell’Aube, è stata più per capriccio che altro. I nostri cuori erano già pieni di meraviglia. Eppure è stato bellissimo toccare con mano l’inizio di un altro territorio mitico, l’inizio di una mentalità completamente diversa, la mentalità dello Champagne, fatta di professionalità e di professionismo, più che di follia. Immaginifico più che magico.

Una giornata incredibile, che mi ha riportato con i piedi a terra, su suoli che forse la mia mente era maggiormente in grado di controllare, non lo so.

Ma serviva anche quello.

È servito anche quello per capire che gli Unicorni esistono.

Puoi trovarne un estratto anche su www.retrogusti.com

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islanda, terra di ghiaccio, di fuoco e di squali fermentati