Champagne, le mille facce di un gigantesco BOH!
Boh. La parola perfetta probabilmente per iniziare un racconto su queste tre mie giornate in Champagne è proprio questa: boh.
Parti per la Champagne pieno di idee in testa, roba che ti hanno insegnato ai vari corsi o che credi di aver capito da te, oppure delle quali ti sei convinto così senza un perché. E ne torni indietro stravolto nella sostanza e nei concetti.
Boh è davvero l’unica parola giusta per descrivere tutto questo boh gigantesco ed infinitamente bello e affascinante.
Ma partiamo dal principio.
Il viaggio inizia sotto i peggiori auspici, volo ritardato di 3 ore per nubifragi a Parigi e dintorni.
Atterriamo a Charles de Gaulle alle 22.30 circa, giusto in tempo per correre a prendere la nostra auto a noleggio e dirigerci verso Étoges.
Diluvio battente, buio pesto, stanchi, ma rinfrancati di essere giunti in Francia.
Chissà perché, ogni volta che parto per una vacanza io, deve sempre accadere qualcosa di stressante? Me lo chiedo spesso, ma forse è per poi farmi maggiormente godere di quello che di bello accadrà. Alla fine, sì, dev’essere questo il motivo.
Qualcuno una volta mi scrisse “sei attratto dalla bellezza per gravità, inconsapevolmente”.
Niente di più vero.
Comunque, tornando allo stress ed ai drammi: l’alluvione non accennava a diminuire e ci ritroviamo nel nulla cosmico fra Parigi ed Étoges, nel pieno della Champagne (che se si chiama CAMPAGNA un motivo ci doveva pur essere!!!) con strade chiuse, fiumi esondati, protezione civile per strada ed uno col motorino davanti a noi finito nel fiume. Un bel modo di cominciare, no?
Alla fine però, non so come, verso le 1 di notte riusciamo finalmente ad arrivare a destinazione.
Come dicevo, ero partito per lo Champagne pieno di idee e convinzioni e con tale spirito di avviavo alla sua “scoperta” in campo. Perciò la mattina dopo mi alzo tutto ringalluzzito, con una bella visita già organizzata a Merfy, sopra Reims, da Chartogne-Taillet.
Per non farmi mancare nulla dello spirito, mi faccio un bicchiere di champagne anche in hotel, a colazione.
Esco alla buon’ora dunque, chè la prima visita sarebbe stata alle 9.30 e c’era molta strada da fare.
Finalmente vedrò il paesaggio di giorno, finalmente vivrò davvero la Champagne.
La prima delle mie tante convinzioni sbagliate appare evidente subito, appena entro in macchina e faccio qualche chilometro: la dimensione degli spazi!
Qui tutto è gigantesco, i campi di grano sono infiniti, poi immensi boschi, improvvisamente svolti una curva ed appare un minuscolo paese circondato di vigne a perdita d’occhio, poi di nuovo grano, girasoli, prati, boschi. Un interminabile succedersi di coltivazioni diverse.
Io non so perché, me la immaginavo diversa la Champagne: me la immaginavo più stile Cote d’Or in Borgogna, con una unica immensa gigantesca distesa di vigne a 360 gradi.
Ed invece no, qui è diverso. Certo, intorno ad i villaggi più prestigiosi, fra le sue dolci colline, lo spettacolo appare più o meno quello. Ma poi basta fare una curva e cambia tutto, ti senti DAVVERO in CAMPAGNA. Una campagna sui generis, con ampi tratti di monocoltura intensiva a vite, ma altrettanto ampi tratti di puro 1800.
I paesi sono vuoti, passi a qualsiasi ora e non riesci a capire se perché la gente è nei campi (no, nei campi è impossibile, perché la vendemmia è appena finita!) o perché sono a lavorare da qualche parte (ma le finestre sono tutte chiuse ovunque) o se è tutto fermo in qualche piega spaziotemporale differente. Non esistono posti dove immagini che la gente vada a bere o divertirsi, se non sono nei campi o a lavorare. Non so, ti immagini evocativamente la Champagne un luogo dove la gente è sempre a far festa e brindare ed invece… invece non trovi anima viva mai, da nessuna parte.
Può darsi che ti imbatti in un bar a vin di paese, dove il proprietario è al tavolo a bere con qualche amico. Niente di più. La sera, ore 21.30, tutto chiuso. Magari la cosa cambia (leggermente) nei centri più importanti come Reims o Epernay, ma nemmeno più di tanto.
Questo senso di 1800 rimane abbastanza costante.
E degli champagne in senso stretto cosa dire? Questo ENORME BOH dilagante!
Se non sei particolarmente fortunato, o competente, ma nella maggior parte dei casi entrambe le cose, parti per la Champagne con una tua idea in testa di cosa sia questo prodotto: sì, un affascinante, elegante, di classe, perfetto e brillante vino con le bollicine, in grado di farti stare bene, di accompagnarti alla grande nelle serate, con gli amici, con gli amanti.
Io, un minimo di background, devo essere onesto, lo avevo. Minimo eh! Ma era un bagaglio troppo scarno per affrontare un viaggio così lungo e complesso, senza conseguenze.
Il primo schiaffo me lo becco dritto in faccia quella prima mattina stessa, da Chartogne-Taillet.
Arriviamo belli freschi ed emozionati, anche ringaluzziti da questa nuova prima avventura, arriviamo a Merfy e mi immagino chissà cosa, in realtà forse non mi immagino proprio niente, sapevo che fosse un piccolo paesino. Ma è meraviglioso, tutto totalmente fiorito, una chiccha veramente. Cerchiamo la sede di Chartogne-Taillet e sì che invece avevo qualche aspettativa, dopotutto parliamo di un produttore di nicchia di grandissima qualità. Ed invece entriamo praticamente e semplicemente a casa sua.
Alexander ci fa accomodare su divanetti di pelle e ci stappa uno dopo l’altro 11 meravigliosi champagne. Nel frattempo arrivano, stanno con noi un’oretta e se ne rivanno, due suoi amici belgi. E continua a stappare, a parlare, a parlare e stappare. Vengono fuori pensieri che rimandano a nuove bottiglie e a nuove e vecchie considerazioni. Io, lo ammetto, sono sempre più confuso, ma non dall’alcol (non solo!), ma proprio dai concetti stessi. Siamo a casa sua a disquisire dei perché e dei percome, in un clima rilassato, come fra vecchi amici, a tratti surreale. Ci racconta della parcellizzazione di Merfy, delle sue vinificazioni che mi paiono tutto meno che champenoise. Paiono più borgognone. Ed io che ero arrivato con la testa piena di concetti di cuvée, di assemblaggi, di vin de reserve, mi ritrovo davanti Alexander che su pochi ettari, a Merfy, parcellizza vigne microscopiche e le imbottiglia separatamente. Realizzando vini complessi, vini ampi, vini. Quasi che non sembrano champagne. Vini con bollicine di una eleganza incredibile, di una persistenza impensata. Ma vini. Non so come spiegarlo. E ci racconta e ci spiega della sua passione per il sottosuolo, per ogni singola differenza che vuole cercare, del SUO concetto di terroir. Scoprirò in questi giorni che qui, in Champagne, ognuno sviluppa un proprio concetto, di terroir. Ce lo disegna anche, Alexander, il suo pensiero. Quasi non riesce a bere insieme a noi, senza prendere una penna, un foglio e disegnarci le radici delle sue piante. Insiste sulla volontà di reprimere la mano dell’uomo e del frutto e far emergere nel bicchiere il sottosuolo.
Passeranno 2 ore che sembreranno attimi. Ci saluta, scusandosi, perché aveva un impegno.
Non ci ha venduto niente (non può farlo), non ci ha fatto pagare niente per la visita. Ci ha regalato con passione 2 ore della sua vita, seduti comodamente sul suo divano.
Altro schiaffo in faccia.
Poi, ecco che accade il contrario del tutto quanto vissuto finora. Dopo una breve visita a Reims, ci rechiamo per una degustazione da Taittinger. Una grande Maison stavolta. Pare di entrare in una boutique di lusso di via Tornabuoni a Firenze. Tutto è perfetto. Le commesse (mi vien da chiamarle così!) tutte vestite uguali ed impeccabilmente, con tanto di scarpa argentata, doppio laccino e tacco.
Tutto si svolge come se fossimo su due binari, impeccabilmente. Visitiamo le profonde gallerie di gesso, ci viene spiegato immancabilmente ogni parte del processo e non mancano riferimenti a nobili glorie antiche. Tutto si innalza a vette di prestigio, ad un immaginario collettivo di irraggiungibilità. Pure gli champagne che ci faranno degustare in una saletta che sembra uscita da un catalogo di arredi. Perfetti, impeccabili, precisa espressione classica del gusto.
Cosa vuoi dire? Totalmente l’esatto opposto di ciò che avevamo appena vissuto la mattina stessa. Anche riguardo al costo della visita, ça va sans dire. Eppure tutto questo è capace di emozionare, sempre.
Ancora un nuovo schiaffo in faccia.
Torniamo a casa confusi e felici dopo una giornata, onestamente, emotivamente turbolenta.
L’indomani sarà tutto più semplice, penso.
Schiaffi in faccia già presi in abbondanza, quindi decidiamo di intraprendere una giornata un po’ più rilassata, con una sola visita programmata ed il resto a zonzo.
Andiamo da De Sousa, ad Avize, nel cuore della Côte des Blancs.
A parte che per arrivare, infiliamo una strada in un fitto bosco chiuso intorno a noi che sembra di essere in uno di quei film che a un certo punto esci e ti trovi in una nuova dimensione o epoca, tipo Non ci resta che piangere. Ed infatti poi usciamo, giriamo una curva, facciamo una salita lunga, arriviamo al poggio girando un’altra curva e ci appare davanti uno spettacolo meraviglioso di dolci colline e vigne. E un bellissimo crocifisso di ferro intarsiato infilato dentro una di queste.
Altra cosa che non mi aspettavo è la grande religiosità delle persone di questi luoghi. Una piccola digressione sociologica inutile forse, ma qui le chiese sono tante come da noi, ma alle funzioni domenicali sono piene, di adulti, di ragazzi, di giovani, di famiglie. Di nuovo 1800.
Ma torniamo a noi, ad Avize, a De Sousa.
Concettualmente, siamo a metà strada fra le prime due visite del giorno prima: non grande Maison, ma nemmeno piccolo vigneron. La casa è molto bella, nella piazza principale di Avize. Che detta così pare chissà che ‘sta piazza, ma Avize sarà grande come Grassina, forse meno.
Ad ogni modo, ci accolgono nel più classico dei modi. Subito degustazione in ambiente elegante. Tutto che sembra corretto, apprezzo la verticalità degli Chardonnay di questi luoghi, ancora un terroir, ma soprattutto un concetto di terroir diverso. Qui la cuvée la fa da padrona, nuovamente.
Ci racconta della famiglia di umili origini portoghesi che si trasferisce qui dopo la guerra, facendo fortuna. E che fortuna! Tutto si svolge secondo i canoni di una visita classica. Poi però ci porta in cantina, dove troviamo un omino intento ad attaccare le etichette sulle bottiglie a mano, dopo averle spulciate una ad una con una luce a contrasto per vedere eventualmente difetti. Mi sembra incongruente con tutto quanto vissuto fino a quel momento, in degustazione. Ci introduce alla biodinamica, al loro profondo rispetto verso questa pratica a volte considerata pura “magia”. Ci mostra la stanza dove i vini in fermentazione svolgono il loro processo, gli altoparlanti riproducono Mozart. Stupore. Ci racconta di studi effettuati sulle frequenze che scaturiscono dalla musica di Mozart, uguali (dice), alla frequenza della rotazione della Terra. Ci racconta degli effetti benefici del quarzo che viene lasciato nella stanza a pro dei vini stessi. È tutto così assolutamente evocativo!
Altri schiaffi, schiaffi in continuazione.
Ma come, lo champagne, il vino più “tecnico” che esiste, prodotto sotto gli effetti benefici di Mozart? Incredibile ed al tempo stesso bellissimo.
A volte pensiamo che certe narrazioni, come ad esempio quelle sulla biodinamica, siano semplici pratiche di marketing per nascondere prodotti fatti a volte anche male, con cattivi odori spacciati per “qualità caratteristiche”.
Vi farei assaggiare questi champagne e poi vi ricredereste.
Il pomeriggio a zonzo lo passiamo ad Epernay, sulla Avenue de Champagne. Ovviamente, finiremo per berne di ogni tipo. Le ambientazioni sembrano quasi teatrali, ogni Maison con il suo stile una a fianco all’altra lungo la stessa strada. Per certi versi sembra quasi di essere sulla Strip di Las Vegas.
Sembra tutto molto finto, ma quando ti ricapita? Moët et Chandon, Perrier Jouet, De Venoge, Pol Roger, Mercier, uno a fianco all’altro.
È esperienza pure questa! Più cinematografica, ma pur sempre molto affascinante. Totalmente al di fuori del concetto di vigneron, o di biodinamica, o di crocifissi sulle vigne, ma pur sempre di grande impatto. Ed un nuovo grande BOH che aumenta.
Giusto il tempo di chiudere la cena in un ristorante stellato, il Royal di Epernay, prima di finire la nostra giornata fra i cuscini. Royal di Epernay, dove prenderemo l’ultimo grande schiaffo di giornata.
Sarà che noi italiani siamo troppo pretenziosi sul vino che lo trattiamo come fosse una roba seria, troppo seria? Sarà che qui, nel centro dell’universo vitivinicolo, lo trattano come quel che è, un semplice alimento? Non lo so. Ma l’ultima cosa che mi sarei aspettato, in vita mia, è che al Royal di Epernay, ristorante stellato nel cuore della Champagne, il sommelier di sala non sapesse nulla dei vini che stava servendo. Non che fondamentalmente mi importasse molto, ‘atmosfera era bella, rilassata. Ed eravamo felici. Ma quando servi un Pouilly Fumé e non sai che si tratta di Sauvignon Blanc, oppure quando mi servi un Banyuls e mi dici che è 100% Malbec… beh, una domanda me la faccio. E la risposta che mi do è che forse ci prendiamo tutti troppo sul serio. Godiamoci la vita e brindiamo!
Il terzo ed ultimo giorno in Champagne mi sono tenuto due piccoli vigneron nella Vallee de la Marne.
Finora il paesaggio, seppur nella sua variabilità, aveva sempre fatto pensare ad una ricchezza e ad un benessere diffuso. Ecco, qui le carte in gioco cambiano nuovamente. Qui attraversi la Marna, fai qualche chilometro e sembra di entrare in un contesto molto più umile. Chi ne sa molto più di me l’ha poi descritto benissimo “La Marna Understatement”. Ed è proprio così.
Prima visita, Franck Pascal. Organizzata bene, fissata meglio, ci mandano (di loro iniziativa) perfino una gentile mail per darci il benvenuto l’indomani mattina alle 11 al loro indirizzo.
Arriviamo puntuali (anzi, qualche minuto prima, perché non si sa mai!) ed all’indirizzo troviamo un semplice portone, 1BIS, nemmeno lo straccio di un’insegna, nemmeno il nome sul campanello.
Suoniamo, ma non rispende nessuno, Telefoniamo: niente. Nel frattempo arriva anche un’altra coppia di signori, da Aosta. Questo ci rinfranca un po’, vuol dire che il posto esiste. Iniziamo a vagare per il paese in cerca di aiuto, troviamo un signore che ci porta, dice da un parente di Franck, che però non si trova nemmeno lui. Da una finestra appare un indiano in turbante che ci invita a casa sua, ma non lo calcoliamo molto.
Telefoniamo: niente. Suoniamo, ancora niente.
L’indiano in turbante esce e ci invita a casa sua, ci dice che lui lavora per Franck, ci vede in difficoltà e ci ospita. Ci dice che Franck non risponde, ci apre lui degli champagne di Pascal che aveva a casa.
Ci tratta come re, ci apre tre bottiglie, stiamo in pace, serenamente, da lui per circa 1 ora e mezza. Dimentichiamo anche quel velo di tristezza e disapprovazione che ci aveva colti alla sprovvista.
Abbiamo capito che qui, nella Marna Understatement, sono così e ce lo facciamo andare bene, l’esperienza è comunque bellissima.
Alla fine, con un ritardo di “appena” 1 ora e 45 minuti, si palesa Franck Pascal. Molto sereno, come nulla fosse, nemmeno si scusa, ma nemmeno ci aspettiamo che lo faccia.
Anzi, chiede all’indiano col turbante cosa avessimo fatto, gli racconta che ci ha offerto tre vini, gli chiede quali. “Ah”, dice, “erano proprio quelli che avevo pensato per voi! Insieme a quest’altro che ora vi faccio assaggiare!” Ci stappa uno champagne, l’ultimo quindi, e la degustazione ufficiale, appena cominciata, termina così. Ma tutto con estrema naturalezza.
Non abbiamo percepito maleducazione o mancanza di tatto. Boh. Più l’ennesimo schiaffo alle nostre convinzioni di turisti.
Il ritardo accumulato ci impedisce una pausa pranzo come si deve, troviamo però un piacevole posticino che cucina trote pescate accanto al loro laghetto di proprietà.
Giusto il tempo di riposarci un attimo e siamo all’ultima visita del nostro viaggio: Nowack.
Ci accoglie Flavien con un bellissimo e a tratti disorientante sorriso. Anche lui, come Alexander il primo giorno, ci accoglie praticamente a casa, solo noi.
I nostri dialoghi saranno belli, spensierati, un misto di inglese e francese, con qualche parola di italiano che impara da noi e la infila nel discorso in modo buffo.
Si presenta con in mano 7 bottiglie, tutte da stappare, non prese da un frigo, ma dal cartone direttamente. Non c’è fissazione per la temperatura di servizio, altra cosa che ho imparato in questo viaggio.
Temo che le fissazioni siano tutta roba nostra, nostri costrutti mentali. Qui la gente è più semplice, più diretta. Ti dice quello che ti deve dire e lo fa con naturalezza disarmante.
Anche qui passiamo due magnifiche ore, i suoi champagne sono tutti perfetti e riconoscibili, diversi da quelli degli altri. Ognuno qui ha il suo stile, la sua mano. È una cosa nettamente percepibile.
Alla fine di una degustazione interminabile e bellissima, anche qui gratuita, gli chiedo se mi può vendere qualcosa. Mi guarda strano e mi dice che sua moglie gli ha detto che può vendermi solo una bottiglia, che le altre sono finite. Lo guardo, sorrido. Gli dico anche io, a quel punto, con la naturalezza disarmante imparata in quei luoghi “of course you have!”
Ride, ridiamo. “Quante ne vuoi?”, mi chiede. Due di ciascuna. “Mia moglie mi taglierà la testa! Però dai, va bene!” Ride, ridiamo.
Questa volta lo schiaffo l’ho dato io.
Alla fine, forse, ho imparato finalmente qualcosa, da questa terra magica.
Ho anche imparato che bisogna sapersi far attrarre dalla bellezza, per gravità. Che non c’è niente di male a non sapere le cose, che se il tuo animo è ben disposto, la gravità ti attrarrà sempre verso la bellezza.
Che lo champagne è semplice bellezza che attrae per gravità, mentre le bollicine salgono in alto, per il verso opposto.
Puoi trovarne un estratto anche su www.retrogusti.com